CAMPERANDO

Fulltimer, reddito e lavoro: in ogni caso una scelta di vita, come ci spiega bene Alessandro Violini

11 aprile 2021 – Oggi vogliamo ospitare un intervento di Alessandro Violini, che fa parte del gruppo Mondo Vansu Facebook (uno dei migliori a cui siamo iscritti, ottimamente gestito, tra gli altri, da Andrea Mondatori). Tutto è nato dalla domanda che spesso emerge sui social, e cioè come si mantiene un fulltimer?. Una curiosità legittima, che spesso viene letta con fastidio. Ma è ovvio che faccia parte del “gioco”: se si comincia a pensare di cambiare vita è indispensabile capire come ci si possa mantenere. Quante volte ci siamo posti anche noi questa domanda… Le risposte in realtà sono moltissime e vanno dall’avere una rendita fissa slegata dal lavoro (pensione, ricavi da affitti o da investimenti azionari e così via) a chi lavora fisicamente in posti diversi durante l’anno (i lavoratori stagionali) a chi invece, come noi, ha la possibilità di lavorare da remoto.

Noi siamo liberi professionisti (facciamo i giornalisti, i traduttori tecnici, i comunicatori) e abbiamo le nostre Partita IVA. Bastandoci un computer, uno smartphone e una connessione Internet abbiamo la fortuna di poter lavorare da qualsiasi posto. E con questo ci guadagniamo da vivere lavorando a volte anche più di quanto vorremmo.

Ma tornando a quanto ha scritto Alessandro, vogliamo riproporvelo anche qui su Seimetri.it, perché ci sembra che abbia azzeccato diversi elementi cruciali da tenere a mente quando si valuta la possibilità di diventare fulltimer. Ecco il suo post in versione integrale, con i nostri ringraziamenti per averci permesso di pubblicarlo anche qui.

Facciamo chiarezza sui fulltimer

L’argomento è emerso per la curiosità di sapere come i “fulltimers” si potessero mantenere (e qui in caso lascio la parola a loro stessi se si vogliono esprimere). Il quesito parte però da un presupposto ridotto e parziale, ovvero “che il fulltimers per mantenersi debba fare un lavoro che ha a che fare con il camper e il suo ecosistema”. Non è necessariamente così.

Partiamo dalla definizione di “fulltimers”: i fulltimers (usando un termine inglese nella lingua italiana potremmo anche omettere la “s” del plurale) sono persone che non hanno una fissa dimora e che hanno fatto del movimento e del contatto diretto con diversi luoghi la loro quotidianità. A differenza di un clochard, il fulltimer ha fatto questa scelta di sua volontà, non perché costretto da qualcuno o da vicissitudini della propria vita.

Definito questo capiamo subito che il fulltimer è potenzialmente ognuno di noi senza una casa in cui ritornare (attenzione, “senza una casa” non significa necessariamente che non la possiedi, ma che non ci vivi). Da questa definizione derivata si evince una questione molto importante, quella della “scelta”, che affianca l’altra domanda che ne deriva successivamente ovvero “il sostentamento economico”.

La scelta sostenibile

Ci sono quindi due fattori principali (al di là dell’energia necessaria per la burocrazia spigolosa):

  • la scelta di vita di essere fulltimer
  • il sostentamento economico possibile in quello stile di vita

Il primo punto ci proietta su uno scenario complesso, e chi ormai mi legge ogni tanto nei post ispirazionali avrà ben capito che è molto diverso da “complicato”. Per una questione complessa non è nota la soluzione, che va ponderata di volta in volta. La scelta di vita del fulltimer è ben diversa da chi “vorrebbe essere in vacanza 12 mesi l’anno”. È una scelta forte che rinuncia alle comodità con cui siamo stati abituati. È una vita che riduce al minimo i propri consumi voluttuari. Che trova nell’essenzialità il valore maggiore. È una scelta di vita in cui la qualità conta più della quantità e in cui l’esperienza è lo scopo di vita. Non a caso, la maggior parte dei fulltimer alla domanda “Com’è vivere così?” rispondono all’unisono: “In un anno abbiamo fatto le esperienze che di solito si fanno in venti anni di vita”. Non intendono un anno di vacanze, intendono un anno vissuto così, senza tante cose che “nella media” reputiamo fondamentali, ma che nella loro scelta di vita hanno saputo rinunciare e farne a meno.

E chi ha figli? I fulltimer che hanno figli contemplano e gestiscono senza problemi l’anno scolastico dei figli cambiando scuola quando necessario. È possibile farlo e, anzi, ci sono correnti di pensiero (parlo sempre di studi scientifici, non delle voci di chi apre la bocca per dargli fiato) che riscontrano pure dei benefici a livello sociale e di rendimento. A volte invece non è così, e il nucleo familiare si ritrova a dover ammettere che tale stile di vita non funziona bene per loro.

Il lavoro da remoto

L’altro punto è il sostentamento economico. Come ho scritto poco sopra, per essere fulltimer non devi per forza avere un impiego nell’ecosistema del camperismo e dei viaggi. È una delle possibilità. Se hai competenze vicine al mondo dell’editoria puoi tentare la strada “imprenditoriale di te stesso” e se trovi il supporto e gli accordi con aziende che ti pagano per il tuo lavoro/visibilità significa che puoi sostenerti economicamente lavorando nel business del plein air e dell’outdoor.

Ma ci sono anche tutte le altre soluzioni in cui il lavoratore ha un impiego in remote working/smart working/tele lavoro/lavoro agile. Quante ne abbiamo lette e sentite di sigle? Facciamo chiarezza. Tutto si riduce a due tipologie:

  • telelavoro (in inglese remote working)
  • lavoro agile (in inglese smart working)

Il telelavoro è un lavoro a distanza. Ovvero significa che il tuo lavoro può essere espletato in un luogo diverso dalla sede del tuo datore di lavoro. Il tuo rapporto di lavoro non cambia: puoi avere più o meno libertà così come quando ti trovi in sede, ma hai l’opzione di poter lavorare anche in un luogo diverso, solitamente a casa (dato che il contratto di lavoro richiede di sapere quale sia questo luogo “alternativo”). Il telelavoro può essere autonomo, para-subordinato o subordinato e questo rappresenta un po’ i tre livelli di libertà che il lavoratore ha rispetto l’accordo contrattuale. Di fatto, esegue lo stesso lavoro che farebbe in sede, vincolato dagli stessi principi e dagli stessi doveri (responsabilità, pianificazione, orari di lavoro, pause: tutto invariato come se si lavorasse in sede). In questo ambito ricadono tutti i lavori definiti “online”, ovvero tutti i lavori che sono espletabili con un device informatico (computer, tablet) e quelli offline ovvero tutti quelli in cui esegui qualcosa la cui strumentazione può esistere nel luogo in cui telelavori (tanti lavori del manifatturiero, per esempio: basti pensare all’ambito sartoriale o delle elaborazioni artigianali e/o con piccola utensileria).

La differenza agile

Il lavoro agile, invece, è una modalità che permette al lavoratore di organizzare in autonomia la sua produttività in luoghi, giorni e orari a suo piacimento. Da queste caratteristiche si evince subito che non tutte le aziende possono “permettersi” contratti di questo tipo, perché per poter esistere deve esserci una scelta ben precisa dell’azienda stessa (della proprietà e/o datore di lavoro quindi) di sposare tale approccio. Parlo di “contratto” e di “potersi permettere” per due motivi precisi. Il contratto, perché per essere regolati a norma in una modalità di lavoro “agile” ne serve uno apposito, previsto dal ministero del lavoro, che non è quindi lo stesso che abbiamo quando lavoriamo in sede. E parlo di “potersi permettere” perché questa è una scelta molto forte lato azienda.

Le aziende che fanno contratti in smart working (ovvero lavoro agile) spesso non hanno sedi (o ne hanno solo una, quella legale che deve esistere per legge che però solitamente è vuota, è un indirizzo fisico anche solo per recapitare la corrispondenza). Le aziende di questo tipo hanno dipendenti sparsi in tutto il territorio e una gestione del lavoro molto inclusiva e partecipativa. Sono aziende con una cultura del lavoro enormemente evoluta, basata sulla fiducia dei lavoratori (ecco perché lo stato definisce il lavoro agile come evoluzione del telelavoro). Il datore di lavoro non ha interesse a monitorare orari o giornate di lavoro, dato che l’azienda ha dei meccanismi che puntano a valorizzare il lavoro svolto e la responsabilità delle persone e dei team di lavoro.

Purtroppo, nonostante si senta molto parlare di “lavoro agile” e “smart working”, le aziende che veramente lo fanno sono molto poche. Tante usano questo termine per avere “una buona visibilità”, ma in realtà sotto c’è un semplice telelavoro. Nel lavoro agile rientrano tutte le professionalità che abbiamo descritto prima come “online” e “offline”, dato che quello che fa la differenza non è tanto la mansione del lavoratore, quanto la cultura dell’azienda che implementa questo sistema di lavoro. Il risultato per il lavoratore è una libertà molto elevata nella pianificazione del proprio lavoro nei luoghi, giorni e orari a suo piacimento nel rispetto dei requisiti che avrà concordato con il suo team o datore di lavoro.

Provare a essere fulltimer

Fatta chiarezza sui fulltimer e sulle professionalità che possono essere eseguite fuori dalla sede del datore di lavoro, e capiti i contratti e culture che regolano questi rapporti, possiamo trarre una bella conclusione: tra essere un fulltimer (che è una scelta di vita molto importante) e essere un camperista che usa il camper nei weekend c’è una bella via di mezzo. Ovvero quella di usare il camper in periodi più prolungati approfittando del fatto di potervi lavorare all’interno (o in luoghi diversi dalla propria dimora, purché abbiamo nelle vicinanze gli strumenti necessari per il lavoro – penso ai coworking o ai laboratori affittabili). Chiunque di noi, non fulltimer, potrebbe vivere diverse settimane o mesi nel proprio camper senza recedere dal contratto di lavoro esistente, se il suo lavoro rientra in quelli gestibili fuori dalla sede del datore di lavoro. Questo potrebbe anche essere un ottimo esperimento per provare la vita da fulltimer, dato che in quei giorni avremo modo di capire cosa significa rinunciare a certe cose.

E chi ha figli? Chi ha figli ha meno libertà in questo, ma può sempre sfruttare il periodo di chiusura delle scuole (quasi tre mesi d’estate e una ventina di giorni tra dicembre e gennaio) e direi che poco non è. Che condizioni sono necessarie per questa “via di mezzo”? Chi è in solitaria ha molta più flessibilità, dato gli basta essere in telelavoro o un avere un lavoro agile. Chi è in coppia/famiglia (al di là del dover gestire i tempi giusti con gli eventuali figli) deve avere entrambi i partner in telelavoro o con smart working oppure poter contare su un unico stipendio, una entrata sola, ma valida, o altre entrate che non derivano dallo stipendio, come affitti o dividendi di utili.

Non è quindi una soluzione valida per tutti, e purtroppo è normale che sia così. Non siamo tutti uguali, anche se abbiamo (o dovremmo avere) tutti gli stessi diritti. E spendo infatti le ultime righe per una riflessione in merito alle classi lavorative e questo aspetto di “uguaglianza” e “diritti” a volte distorto. Leggo spesso gli approcci all’acquisto del mezzo, ai costi, al riferimento ai produttori di camper, agli allestitori, alle concessionarie, agli stipendi, al tempo libero che ci rimane, ai figli di papà e ai “benestanti”.

A ognuno il proprio percorso

Ebbene, è importante ammettere e comprendere che ci sono diversi percorsi nella vita. Non c’è un “noi” e un “loro”. C’è solo il percorso che ognuno di noi ha fatto nella propria vita. Al di là di questioni derivanti da vicissitudini particolari che danno vita a casi particolari, nella maggior parte dei casi ci sono scelte fatte nella vita che ci hanno portato a quello che abbiamo e siamo oggi. Nello stereotipo del pensiero nazionale si tende sempre a pensare che chi sta meglio di noi sia stato fortunato. La realtà, è che nella stragrande maggioranza dei casi chi sta meglio di noi si è fatto il culo più di noi, o ha saputo prendere decisioni meglio delle nostre, o ha saputo cogliere opportunità dove noi non le abbiamo viste.

Non siamo tutti uguali, quindi: ognuno di noi ha la sua storia, le sue competenze, la sua cultura, le sue qualità e le sue attitudini. Tutti abbiamo lo stesso “diritto” di costruirci il nostro percorso che dipende dalle scelte e dai risultati che raggiungiamo. Avere lo stesso diritto, non significa che abbiamo tutti lo stesso diritto di essere fulltimer, o di avere un lavoro agile. Questo dipende dalle scelte che ognuno di noi ha fatto nella vita.

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INFORMAZIONI SULL'AUTORE

Paolo Galvani

Nato nel 1964, è giornalista professionista dal 1990 e imprenditore dal 2007. Si occupa di tecnologia dalla fine degli Anni '80, prima come giornalista poi come traduttore specializzato, e da circa tre decenni ama girare in camper. Dalla fine di maggio del 2019 è diventato "fulltimer". A luglio 2019 ha lanciato il blog seimetri.it.

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