CAMPERANDO IL PUNTO

Vivere in camper: cosa bisogna sapere su sosta e residenza

3 aprile 2020 – In questo periodo sui gruppi social si leggono spesso richieste di informazioni per capire come si fa, da un punto di vista normativo, ad andare a vivere in camper e diventare quindi “fulltimer”. Qui su Seimetri.it non ci siamo mai occupati in maniera approfondita di questo aspetto, perché pensiamo che diversi altri, prima di noi, ne abbiano scritto in modo molto dettagliato. Dato che fare ricerche online non è sempre facile, proviamo a riassumere alcune informazioni di base e a mettere a disposizione qualche link di approfondimento.

Vivere in camper non è esplicitamente vietato dalle norme vigenti, ma non è nemmeno espressamente consentito. Anzi, le varie leggi che disciplinano la nostra vita quotidiana non sono per nulla chiare e fanno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote di chi prova a fare questa scelta. E quando non bastano le regole scritte, ci si mettono i burocrati locali o le forze dell’ordine a inventare ulteriori inutili impedimenti.

Ma andiamo con ordine. I due aspetti principali su cui focalizzarsi sono la sosta e la residenza. La prima è regolata dal Codice della strada e si intreccia spesso con le norme, anche locali, sul campeggio; la seconda dipende dal Codice civile e dalle leggi relative alla gestione anagrafica. In entrambi i casi, i concetti di base sono pochi. Vediamoli per entrambi gli aspetti.

La sosta

Chi vive in camper può essere un incallito viaggiatore o una persona che, avendo un lavoro fisso e stabile, deve rimanere per la maggior parte del tempo nella stessa zona. In tutti i casi è bene sapere che in Italia non si possono effettuare soste prolungate. Quanto? L’interpretazione più diffusa dice 48 ore, ma in generale non c’è una regola uguale ovunque, altrimenti anche le auto non potrebbero stare nello stesso parcheggio per più di due giorni. Perché parliamo di parcheggio? Perché la prima norma a cui fare riferimento è il Codice della strada, con le relative circolari esplicative. 

Questa legge equipara il camper, tecnicamente definito “autocaravan”, alle comuni autovetture, inserendolo nella medesima categoria: M1. Obblighi e diritti vanno quindi di pari passo con quelli delle automobili. Quando siamo fermi con il nostro camper dobbiamo esserlo in aree dove la sosta è consentita, tenere il motore spento, non sporgere oltre la sagoma del veicolo, stare completamente all’interno delle eventuali righe di segnaletica orizzontale, non usare piedini o cunei di stazionamento, non emettere “deflussi propri” e non lasciare nulla all’esterno del veicolo.

Cosa non si può fare

Non sporgere oltre la sagoma del veicolo significa non poter aprire le finestre a compasso, non lasciare aperto il gradino esterno e non estendere il tendalino. Generalmente gli oblò e il tetto a soffietto possono essere utilizzati, anche se – soprattutto il secondo – può aprire la porta (come le altre violazioni) a contestazioni di campeggio. Quest’ultimo è generalmente vietato e non ha nulla a che fare con il Codice della strada: fino a che rispettiamo questa normativa, siamo in regola. Non emettere deflussi propri è un obbligo ancora più restrittivo, perché preso alla lettera impedisce anche di utilizzare il frigorifero, il riscaldamento, il generatore.

Come avete visto, le norme sono fatte per complicare le cose. Se si vive in camper è difficile riuscirci senza aprire una finestra, senza accendere il frigorifero o senza usare il riscaldamento in inverno. Quindi, l’interpretazione restrittiva impedisce nella sostanza di vivere in un camper. Come sempre, ci viene in soccorso il buon senso: fino a che non disturbiamo, non ci facciamo eccessivamente notare, non violiamo le disposizioni più ragionevoli (sosta solo dove è consentito, motore spento, nessun impiego di cunei o piedini) difficilmente subiremo contestazioni. E se dovesse accadere, chiedere scusa, mostrare di avere compreso e spostarsi da un’altra parte sono azioni che quasi sempre evitano l’applicazione di sanzioni.

Attenzione agli scarichi

Oltre a questo, la cosa importante da sapere è che non esiste ragione valida per scaricare acque grigie (quelle che arrivando dai lavandini e dalla doccia) o nere (quelle del WC) al di fuori dei posti autorizzati, quindi principalmente aree di sosta, camper service e campeggi. Oltre che sanzionabile, questo comportamento è dannoso per l’ambiente (a causa dei saponi e dei disgreganti sciolti nelle acque di scarico) e fonte di (giusta) disapprovazione. L’unica accortezza che possiamo avere è di non utilizzare prodotti inquinanti per la cassetta del WC e svuotarla in un normale bagno, naturalmente facendo attenzione a non lasciare sporco e chiedendo esplicitamente di poterlo fare o, in mancanza di alternative, non facendosi notare. Ne abbiamo parlato qui.

La residenza

Ci sono tre termini che bisogna conoscere bene: dimora, residenza e domicilio. La prima è il luogo in cui ci si trova fisicamente, la seconda è quella che da cui scaturiscono diritti civili e doveri sociali (e di norma coincide con la prima), il terzo è il luogo in cui stabiliamo i nostri interessi economici prevalenti. La residenza è per forza situata in un Comune specifico e ogni cittadino è tenuto a dichiararla (non a richiederla). Il Comune deve verificare la veridicità dell’affermazione, e può negare la residenza entro 45 giorni motivandone le ragioni. In caso di diniego il cittadino ha la possibilità di proporre ricorso per fare valere le sue ragioni.

Chi vive in camper spostandosi continuamente, anche rimanendo nell’ambito dello stesso Comune, è tecnicamente un “senza fissa dimora”. Questa è una definizione nata a suo tempo con riferimento a specifiche professioni, come i giostrai o i marinai, ma che è perfettamente applicabile anche a chi sceglie di vivere sul proprio mezzo. Molti uffici anagrafe fanno resistenza a riconoscere questo stato di fatto a un fulltimer, ma la legge è dalla parte di chi dichiara di non avere fissa dimora. In questo caso è nostro diritto dichiarare la residenza nel Comune in cui si hanno interessi primari (per esempio famiglia o lavoro) o in quello dove si è nati: non la si può dichiarare dove si vuole.

Una battaglia importante

Una volta identificato il Comune giusto, però, vale la pena battagliare per vedere riconosciuta la cosiddetta “residenza fittizia”, in base alla quale l’anagrafe vi attribuirà un indirizzo inesistente, ma riconosciuto dall’amministrazione pubblica. Dichiararsi senza fissa dimora porta con sé un obbligo: dovete eleggere un domicilio presso il quale essere raggiunti da eventuali comunicazioni ufficiali. Sulla base di questo potete richiedere la tessera sanitaria, avere accesso al medico di base e potrete votare alle elezioni politiche e amministrative. Secondo alcune interpretazioni, un domicilio può essere un semplice indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC), anche se sono ancora poche le amministrazioni locali che accettano questa soluzione.

Questo dice la teoria. Nella realtà, nella maggior parte dei Comuni vedere riconosciuta la residenza fittizia è una battaglia difficile, che si riesce a vincere solo opponendo una perfetta conoscenza giuridica, minacciando il ricorso a denunce e a volte ricorrendo alle vie legali. Cosa fanno tutti quelli che non riescono a ottenerla o che non hanno voglia (o possibilità) di battagliare per il riconoscimento di questo diritto? O se ne fregano (ma non dichiarare la residenza è un illecito amministrativo e comporta una sanzione pecuniaria, oltre che la cancellazione dall’anagrafe e quindi l’impossibilità di esercitare alcuni diritti, come quello di voto) o si appoggiano a genitori, parenti, amici o conoscenti. Così, per esempio, abbiamo fatto noi. Con una controindicazione che in alcuni casi potrebbe però essere pesante: nel calcolo dell’ISEE, se il nucleo familiare si allarga può darsi che si perdano benefici rilevanti. Quindi, ogni decisione in merito alla residenza va ben ponderata.

Tanta fatica, ma ne vale la pena!

Come avete visto, essere fulltimer non è facile. Però, per chi è portato versa questa vita, ne vale la pena. Problemi pratici, piccoli sacrifici, battaglie per far valere i propri diritti sono tutti elementi che fanno parte di questa scelta esistenziale. Aggiunti alle difficoltà tecniche, rendono la vita in camper (o in roulotte, con la quale le cose sono ancora più complicate) molto complessa. Ma se la si è scelta consapevolmente, tanti momenti magici vi ripagheranno di tutte le fatiche.

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INFORMAZIONI SULL'AUTORE

Paolo Galvani

Nato nel 1964, è giornalista professionista dal 1990 e imprenditore dal 2007. Si occupa di tecnologia dalla fine degli Anni '80, prima come giornalista poi come traduttore specializzato, e da circa tre decenni ama girare in camper. Dalla fine di maggio del 2019 è diventato "fulltimer". A luglio 2019 ha lanciato il blog seimetri.it.